SCHERMA – Un Uomo, un mito. Buon compleanno Mangiarotti

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Intervista al più medagliato campione dello sport italiano: “La mia scherma era essenziale e perfetta. Mi hanno sfidato due volte a duello, ma si sono ritirati”

Edoardo Mangiarotti è nato il 7 aprile 1919

Edoardo Mangiarotti è nato il 7 aprile 1919
MILANO, 7 aprile 2009 – La spada è magica. Affascina o ferisce. La spada di D’Artagnan, la spada nella roccia, la spada di Damocle. Poi c’è la spada di Edoardo Mangiarotti, il più medagliato campione dello sport italiano: 13 medaglie olimpiche, portabandiera azzurro a Melbourne 1956 e a Roma 1960. Più di tutti. Oggi Edoardo Mangiarotti festeggia i 90 anni. La sua vita è una fiaba.
Come incominciò?
“Papà Giuseppe era maestro di scherma. Aveva disputato i Giochi di Londra del 1908 nella spada. Io sono un destro, ma mi ha trasformato in mancino. ‘Voglio impostarti come Lucien Gaudin’, mi disse. Io e i miei fratelli, Dario e Manlio, abbiamo cominciato a tirare da bambini, a 8 anni. A 17, nel 1936, ho esordito ai Giochi Olimpici a Berlino”.
Lanciato da Nedo Nadi…
“Era il commissario tecnico. Ha lasciato fuori mio fratello Dario, che aveva 4 anni di più ed era campione d’Italia, preferendogli Pezzana. Ho gareggiato nella spada a squadre con Cornaggia-Medici, Riccardi e Ragno: con la Francia Nadi mi preferì a Brusati e Pezzana. Ho sconfitto Pescheux 3-0, Cattiau 3-0, Dulieux 3-0. Solo con Schmetz, l’unico con l’impugnatura anatomica, ho fatto 3-3”.
Erano i Giochi di Owens e di Hitler.
“Ero allo Stadio quando Owens vinse il lungo, battendo il tedesco Luz Long. Per gli olimpionici c’era un’area proprio sotto i gerarchi: Hitler, Hesse, Goering… Ricordo come fosse ora che, quando Owens vinse, il Fuhrer imprecò: ‘Schwein!’, ‘Maiale!’. Si alzò e lasciò lo stadio. Considerava i neri una razza inferiore”.
Long morì combattendo in Sicilia e Owens continuò a scrivere a sua moglie e al suo bimbo. Dopo la guerra andò in Germania a trovarli.
“Owens e Long erano amici. Owens era un uomo buono. Era anche amico degli italiani: era sempre da noi al Villaggio. Andavamo insieme nella sala di ritrovo a vedere le gare. C’era già la tv via cavo”.
Lei è campione olimpico anche nel fioretto. Quale arma preferisce?
“La spada. Gli olimpionici di mio padre sono tutti spadisti”.
Qual era il suo motto?
“Il motto è ‘Quello che è essenziale, è perfetto’. Un motto di Leonardo”.
Era più forte lei o Dario?
“Dario era un funambolo. Aveva una scherma più completa, ma portata su bersagli diversi. Io avevo una scherma più lineare. Cercavo di toccare l’avancorpo, il braccio e sulla messa in linea degli avversari cercavo il ferro per portare la stoccata al corpo”.
Marcello Bertinetti ha scritto: “Dario è il lottatore tenace, mobilissimo, aggressivo come il padre; Edoardo è lo stilista impareggiabile…”.
“Papà ci faceva fare la boxe. Nella sala di via Chiossetto veniva Boine, che era campione italiano di boxe e di spada. Portava Erminio Spalla. Mia madre ha dovuto cucire i guanti per boxare. Ho preso un sacco di botte, ma è servito. Ho acquisito aggressività, una caratteristica della mia scherma”.
E il duello? Ha mai risolto una polemica sulla punta della spada?
“Sono stato sfidato due volte. La prima da Aldo Nadi. La seconda da un automobilista”.
E come andò?
“Il Coni mi aveva premiato con la qualifica di ‘campione eccelso’. Aldo, che viveva a Los Angeles, era stato premiato con la medaglia d’oro, la rimandò con una secca lettera di protesta per la mia qualifica. Sosteneva che spettava al fratello, morto nel 1940. Ci fu un botta e risposta sui giornali. Poi, un giorno, Ciro Verratti, olimpionico e giornalista, venne a dirmi: ‘Nadi ti sfida a duello’. Duello alla pistola in un’isola delle Antille. Diedi a Verratti la mia risposta: ‘Edoardo Mangiarotti non ha mai praticato il tiro al piccione’…”.
E l’altra volta?
“Accadde a Milano negli Anni 50. Ero con mia moglie sull’Aprilia. Toccai una macchina col paraurti per due volte. Il guidatore scese infuriato. Volarono insulti. ‘Riceverà i miei padrini’, mi disse. Gli diedi il mio biglietto da visita. Lesse il nome. Era un socio del Giardino, allievo di mio padre. Mi abbracciò e mi offrì una bottiglia di champagne”.
La sua medaglia più bella?
“L’oro di Berlino: a 17 anni presi solo 3 stoccate. Poi l’oro di Helsinki, perché secondo fu Dario. Se non avesse battuto all’ultimo assalto Léon Buck, avrei dovuto fare lo spareggio…”.
E quella più amara?
“Il bronzo di Melbourne. Al barrage ho battuto Pavesi, che poi ha vinto, ma, con Delfino, in una parata ho portato il ferro fuori dalla pedana e il giudice mi ha dato la stoccata”.
Le toccava scrivere per la Gazzetta delle sue vittorie…
“E venivo insultato da Brera e Zanetti. ‘Dove sei stato pelandrone!? Scrivi, che è tardi!’. Ero andato alla premiazione…”.
Punge più la penna o la spada?
“La spada. E’ sempre mirata al bersaglio”.
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