TERREMOTO ABRUZZO – D’Ettorre: “Mi fa male non essere a casa”

from www.gazzetta.it

La ciclista abruzzese, in ritiro con la Nazionale a Treviso, parla della sua terra e della sua città: “Mi sento impotente, quasi in colpa. L’Aquila è in ginocchio, ma col tempo risorgerà”

Alessandra D'Ettorre al telefono con i suoi famigliari
Alessandra D’Ettorre al telefono con i suoi famigliari
L’AQUILA, 8 aprile 2009 – “La mia città”. Con quel senso di terra che si calpesta, che si respira, che si ha in fondo agli occhi, che si ha dentro la pelle. Alessandra D’Ettorre, 30 anni, azzurra di ciclismo. Aquilana di Castelvecchio Calvisio, a 30-35 km da L’Aquila. “Ma con L’Aquila sempre come punto di riferimento. L’ospedale, quello vecchio, dove sono nata; le scuole, l’Itis, dove ho studiato; le amiche e gli amici; i negozi e il supermercato; la Forestale dove lavoro”.
Lunedì 6 aprile, ore 3.23 del mattino. Dov’era?
“A Treviso, con la Nazionale, appena rientrata da una trasferta in Svizzera. Non riuscivo a dormire. Mi sono alzata, volevo sapere l’ora, ho guardato il cellulare, erano le 4. Ho scoperto che c’erano messaggi e chiamate senza risposta. Mi sono allarmata. Ho letto e risposto immediatamente”.
Poi?
“C’è stata una scossa tremenda, mi ha detto Aurelio, il mio fidanzato. Siamo tutti fuori, ha aggiunto. Stiamo tutti bene, ha precisato. Pare che a L’Aquila sia caduta qualche casa, ha sospirato. Pensavo, speravo, m’illudevo che la situazione non fosse grave, non così grave. Sono tornata a letto, ma sonno zero. Alle 5 e mezzo mi sono alzata, ho ripreso il cellulare e fatto altre telefonate”.
Stavolta?
“La situazione era grave. Mio padre piangeva. In casa sembrava di essere su una pista di pattinaggio, non potevano uscire, sbattevano contro vasi e mobili, il primo pensiero era stato per i nipoti. Adesso va meglio: ci si abitua, in fretta, anche ai disagi, anche alle calamità. Famigliari e parenti si sono accampati fuori casa, nel giardino. Piumoni, materassi, camino. Siamo a 1100 metri di altitudine, e la notte fa freddo”.
Lei come si sente?
“Impotente, quasi in colpa. Mi dispiace non essere là, a dividere la sofferenza, il dolore, la perdita. Noi abbiamo subito pochi danni, ma L’Aquila è a pezzi, in ginocchio”.
Rinascerà?
“Siamo gente forte, abbiamo la testa dura. Al di là degli aiuti di istituzioni e associazioni, gli abruzzesi sanno aiutarsi da se stessi. L’Aquilà ritornerà, risorgerà. Anche se ci vorrà tanto tempo”.
In bici, cioè dal suo punto di vista, com’è?
“Una terra che non fa sconti. Aspra, bella d’estate e dura d’inverno, che si porta antiche sofferenze. In bicicletta è ideale: poche macchine, strade belle, percorsi vallonati. Di solito passo da Paganica, arrivo a Tempera, da lì faccio una salita pedalabile e non lunga, che arriva a L’Aquila. E lì respiro. In tutti i sensi. Con tutti i sensi”.

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